giovedì 13 luglio 2017

Il sistema debitistico

Domanda ingenua ma sincera. E se smettessimo di chiamare il nostro sistema economico "capitalistico" (o più educatamente) "liberale" e imparassimo a chiamarlo col suo vero nome, cioè "debitistico"? Si cresce grazie ai debiti. Senza i debiti non si fa nulla. In un'economia pianificata (cioè non capitalistica o liberale che sia) il debito non serve, ci si mette a tavolino e si cresce secondo piano prestabilito. Il "capitale" è di tutti e non serve prestarlo per crescere.

Cambiare nome farebbe smettere di considerare immorale e riprovevole indebitarsi. Indebitarsi è il sale del nostro sistema. Il capitalista lo sa bene, il cittadino se ne dimentica.

sabato 17 giugno 2017

La spirale

Crescendo, soprattutto da giovane, nelle età in cui più veloce evolveva il mio pensiero, ho sentito spesso come fosse un fatto concreto il susseguirsi di contrapposizione e superamento che qualcuno credo chiami dialettica. Che prendeva quasi sempre le fattezze di un banale "ah sì, ma io questa cosa qui l'ho già pensata e superata, e ora la penso diversamente". E che mi faceva sentire come sulla rampa di un garage a spirale, in continuo cambio di direzione, e soprattutto incrociando continuamente altri a qualche livello (secondo me inferiore, ma chissà quante volte mi sarò sbagliato) della stessa spirale, in direzione più o meno opposta. Per poi trovarmi qualche anno dopo più su, ma nella stessa direzione in cui andava quel qualcuno che pochi anni prima pensavo andasse nella direzione sbagliata. E alla fine penso di essere salito parecchio, e se non era salire era comunque un allontanarsi dal punto di partenza.

Questa immagine della rampa di garage che spiraleggia sembra descrivere quello che accade nel discorso collettivo "social" dei nostri ultimi giorni. Il vociare (o il pensare) della grande rete. Milioni di persone che salgono e si incrociano. E' un'immagine ottimista, secondo me. Andranno comunque lontano, anche se per ora sembra che si odiino e che non potranno capirsi mai.



giovedì 4 maggio 2017

Ris-post

Ho già varie volte parlato de Il Post, l'unico sito italiano di notizie che riesco a leggere e che (pur avendo molti difetti) stimola qualche mia riflessione. Parlandone ho sempre finito per menzionare il (peraltro) direttore Luca Sofri, che ogni tanto pubblica dei propri interventi firmati. Fino a qualche tempo fa lasciava aperta la possibilità di commentare, poi si vede che si è stufato. Una cosa che notavo è che alcune cose che scrive sono molto condivisibili, altre non lo sono affatto.

Gli ultimi suoi tre interventi (a distanza - peraltro - molto ravvicinata nel tempo, tutti tra il 1 e il 4 maggio) rientrano benissimo in questa storia di accordi o disaccordi radicali.

Nel primo dei tre, Tu chiamala se vuoi post verità, commenta un bell'articolo di Baricco. Baricco sostiene che il discorso sulla "post-verità" è una truffa: chi prima monopolizzava la verità (anche tradendola) oggi non riesce più a monopolizzarla, e quindi chiama "post-verità" la congerie di racconti mezzi falsi e mezzi veri proposti dal "popolo" (oggi dotato di una voce, il web) per cercare di ricacciare questi racconti nello spazio dell' "inaffidabile" e riconquistare il monopolio perduto. Riassumendo: non è che prima c'era la verità e oggi ci sono le bugie, piuttosto prima verità&bugie le raccontavano in pochi, mentre oggi lo fanno in molti, moltissimi. Non sembra che Baricco assegni un valore positivo o negativo a questa esplosione di voci. Ne assegna uno decisamente negativo a chi racconta questa esplosione di voci in termini di esplosione di bugie. Sofri dice di essere daccordo, ma si contraddice quando insiste che non bisogna "dare corda a chi sostiene che non ci sia niente di nuovo e le bugie ci sono sempre state". Qui Sofri e Baricco divergono. Per Sofri il nuovo sono proprie le bugie. Nelle ultime righe Sofri ribadisce il pensiero dell' "élite della ragione": "fatti e sapere sono importanti". La maggioranza non li considera più importanti, questa è la novità di oggi. Non posso essere più in disaccordo (come credo lo sia Baricco).  Certo che fatti e sapere sono importanti, e oggi come ieri questa importanza è riconosciuta, anche dalla maggioranza. La maggioranza vuole la verità, non la post-verità. Esattamente come ieri. La novità oggi è che alla ricerca della verità (con i suoi passi falsi voluti o no) concorrono miliardi di persone, invece che poche migliaia. E quindi i passi falsi (voluti o no) sono moltiplicati per un fattore un milione. Non c'è una soluzione veloce, bisogna aspettare che la discussione collettiva faccia emergere il pensiero critico nella collettività, così come nei secoli è emerso nelle élite. Accodarsi invece a chi dice che la verità non poggia più sulle vecchie basi solide dei fatti significa rischiare seriamente di accodarsi a chi in realtà pensa "la verità la voglio controllare solo io". 

Nel secondo dei tre, La democrazia dei crash, dice una cosa giustissima, cioè che la democrazia dei clic invocata da m5s è al momento irrealizzabile e Grillo (per quanto brillante e grande comico) è come uno scammer che manda mail truffaldine accusando chi non clicca sui link di essere retrogrado.

Nel terzo dei tre, Turarsi il nez, dice una cosa altrettanto giusta e ancora più importante. E cioè che turarsi il naso alle elezioni ha un effetto positivo e uno negativo: quello positivo è evitare che il candidato peggiore vada al governo, quello negativo è perpetuare il peggioramento (o la stazionaria mediocrità) della parte politica meno peggio, che si trova a ricevere un voto senza aver tentato di migliorarsi. Quella parte politica finisce per sentirsi "intoccabile", salvaguardata dal fatto che gli altri sono talmente "un rischio" che al momento del voto gli elettori si dovranno per forza turare il naso. Aggiungo di mio. Questo meccanismo non solo impigrisce quella parte politica, ma addirittura può spingerla a perpetuare il meccanismo stesso, favorendo l'emergere e il consolidarsi di forze politiche estremiste. Giocando col fuoco.


venerdì 31 marzo 2017

Fine, mezzi, ideologie

Un esempio ovvio della (trita) complessita' del mondo e' la (forse meno trita) osservazione che una gran parte dei fenomeni a cui assistiamo hanno molte - separate e spesso indipendenti - cause.

E che quindi ogni analisi di un fenomeno problematico che si concentra troppo su una sola causa, perorando la sua rimozione come mezzo per raggiungere rapidamente la soluzione, e' fallace.

Questa osservazione spesso manca. Ma a volte c'e' e - paradossalmente - e' usata nel modo sbagliato, ovvero per dimostrare che una certa causa non e' davvero una causa.

L'uso piu' elementare della logica ci insegna invece che una condizione puo' essere necessaria ma non sufficiente. E che dunque e' tanto sbagliato concentrarsi su una sola causa, quanto fare il suo opposto, cioe' dedurre dalla sua insufficienza la sua inesistenza.

Questi due errori speculari sono forse un'eredita' del nostro millenario monoteismo su cui si sono fondate filosofie, letterature e soprattutto politiche.

Mi pare nel 1990, pochi giorni dopo aver visto sul mio videoregistratore il documentario La cosa di Nanni Moretti (che per molti e' una lezione di cinema e di giornalismo, ma per me fu soprattutto affascinante angoscia, inorridita confusione: a 16 anni avevo appena cominciato a pensarmi comunista...) andato in onda troppo tardi sulla rai, la mia prof di Italiano ci parlo' di Machiavelli e Guicciardini e dopo diverse letture e lezioni ci chiese - forse un po' per gioco - di prendere una parte, dare una preferenza. Mi dispiacque scoprire che io preferivo Machiavelli e lei Guicciardini.

Forse oggi mi e' piu' chiaro che il fine puo' essere unico, ampio e universale, ma questa sua unita' non va estrapolata ai mezzi. Che sono tanti e diversi e possono persino essere in contrasto tra loro. Se - motivati da un fine sintetico - si cerca nei mezzi la stessa sintesi, si finisce per fare ideologia.

Tutto questo mi e' venuto da pensare, riflettendo su euro e no-euro, in questi giorni di dibattito che mi sembra sempre piu' popolato di sordi urlatori. Con pochissime (non necessariamente simpatiche, ma comunque illuminanti) eccezioni. Anche nel dibattito populisti/nazionalisti vs. liberali/globalisti, anche qui con pochissime eccezioni.




lunedì 13 marzo 2017

Un pensiero semplice, su genitori e figli

Spero di non sbagliarmi (uso il senso e l'esperienza, che è poca). Mi sembra che un genitore ha maggiori speranze di dare un contributo positivo alla crescita dei propri figli se è felice e consapevole delle ragioni di questa felicità. Parlo ovviamente di convergenze statistiche, in media, in varianza, in distribuzione, fate voi.

Vedo come un fatto positivo la percezione di frequenti momenti di piacere concreto e - insieme - la capacità di giustificarli, di contestualizzarli in un percorso di crescita personale.

Ad esempio: la lettura. Leggere è bello concretamente, non per principi tramandati e astratti. E' bello perchè riempie di divertimento molti pezzi di tempo e infonde nei nostri pensieri vagonate di storie e personaggi che arricchiscono le nostre conversazioni, illuminano il nostro stare con gli altri, il nostro guardare il mondo. Se ho avuto fortuna nell'innamorarmi è anche perchè ho letto molto. Se ho capito rapidamente che lavoro volevo fare (e ci ho azzeccato), è anche perchè ho letto molto.

Ma di esempi ce ne sono infiniti: tante cose della scuola "servono" alla felicità, alla libertà, al controllo della vita, anche solo a difendersi dalla tristezza o dalla depressione. E la scuola è piena di strade sbagliate, che diventano subito evidenti (e quindi giuste) se le si guarda alla luce della nostra felicità attuale.

Collegare le cose con cui siamo cresciuti alla nostra felicità è una chiave per essere genitori migliori.

martedì 28 febbraio 2017

La Post-verità

Come dicevo qualche mese fa, ho un solo posto dove mi fa piacere andare piu' volte al giorno per leggere le notizie, ilpost . Purtroppo anche quel post(o) li' non mi soddisfa fino in fondo. Pur abbracciando una filosofia corretta di verifica della notizia e di asciuttezza del racconto, pur spendendo molto (con ottimi risultati) nel tentativo di spiegare la complessita' dei fatti stando attenti, nei limiti del possibile, a non dare mai niente per scontato, ilpost e' permeato di una certo positivismo che non condivido e che e' solo in parte la diretta conseguenza della parte politica scelta (il pd possibilmente renziano).

Il post, nei panni del suo direttore (Luca Sofri) e dei suoi editorialisti (firmanti e non), ha una fiducia nella ragione e - conseguentemente - nella verita', che non mi soddisfa. Anche oggi, il direttore scrive un articolo sul panorama elettorale globale (crisi delle sinistre, populismi, trump+brexit etc. etc.) con diversi passaggi a mio avviso superficiali:


  • "I due appuntamenti elettorali più importanti dell’anno passato – negli Stati Uniti e Gran Bretagna – sono stati vinti da messaggi non solo di destra conservatrice, ma più propriamente di demagogia bugiarda e incompetente"
  • "Uno spettro si aggira per il mondo, e i giornali lo chiamano populismo per fare prima, ma è costituito sostanzialmente da due elementi psicologici che hanno attecchito in tantissimi individui: lo sdoganamento della rivendicazione dell’egoismo e dei propri piccoli interessi, e quello dell’ignoranza e dell’incompetenza "
  • "....con sprezzo del sapere, dei fatti, dello studio delle cose, del passato e del futuro"
Secondo il direttore del post gli elettori hanno smesso di cercare la conoscenza e la competenza, valori che distinguevano (e ancora distinguono) la sinistra, e per questo hanno smesso di votare in quella direzione. Ed e' un peccato perche' conoscenza e competenza erano garanzie di un bene diffuso e duraturo (in contrasto con l'ignoranza e la bugia demagogica che soddisfano i bisogni dei singoli sul breve periodo).

L'assunzione di fondo insomma e' una sostanziale equivalenza tra tre "cose": 1) ragione/competenza/studio, 2) partiti che si dichiarano di sinistra o progressisti, 3) benessere diffuso e duraturo. A me pare un punto di vista estremamente superficiale, grossolano, vago. Oserei dire cieco. Che non vuole capire. Che non sa dove andare.

In molti editoriali (ad esempio quelli che trattano i molti complessi aspetti dell'evoluzione del giornalismo moderno), Luca Sofri scrive cose che condivido e che mi appaiono intelligenti e approfondite. In altri (come in questo) dove si discute la trasformazione della societa' e della politica, noto sempre un'improvvisa caduta della qualita' dell'analisi, dell'attenzione ai dettagli, alle differenze, e all'evitare grandi generalizzazioni, idealismi e filosofie banali.

Personalmente ritengo che: 1) forse in Italia - per motivi storici particolari, perche' abbiamo avuto una destra che manganellava - c'e' una tendenza, per chi ha una certa attenzione allo studio, al sapere e alla competenza, a fare politica (o a votare) a sinistra; ma questo non e' un fatto che riguarda necessariamente tutti i paesi del mondo (certamente non riguarda stati uniti e inghilterra, i due principali evocati nell'editoriale); in ogni caso negli ultimi tempi ho la sensazione che la competenza abbia abbandonato anche la sinistra (ad esempio la sinistra italiana sta completamente rimuovendo il problema dell'analisi macro-economica, per paura di entrare in terreni "di destra", un fatto drammatico che quaranta anni fa sarebbe stato semplicemente ridicolo, essendo la lettura economica della realta' una prerogativa fondante di tutte le sinistre) ; 2) non e' affatto ovvio che in paesi con forti squilibri di distribuzione della ricchezza (e noi paesi "occidentali" siamo oggi molto piu' squilibrati di quaranta anni fa) la competenza sia per forza sinonimo di benessere diffuso: forse negli anni '70 si poteva avere fiducia cieca nelle buone intenzioni di uno studioso, ma oggi? come si puo' aver fiducia in un'analisi economica che sembra continuamente pilotata da interessi diversi da quelli dei cittadini? 3) i partiti cosiddetti progressisti non hanno le idee chiare su quale sia la strada verso un benessere diffuso e duraturo, negli anni 2013-2016 (fermandoci cioe' ai governi letta/renzi) il nostro pil e' stato mediamente fermo.




domenica 12 febbraio 2017

L'economia va insegnata dalla terza elementare.

Nel mio vagabondare, probabilmente zoppo, non trovo nessuno che lo dica così chiaro e tondo. Per cui lo faccio io.

L'economia è importante - per la vita di un cittadino libero - quanto la grammatica e l'aritmetica, quanto la geografia e la storia. Ne ha bisogno per respirare.

Il problema dell'economia, mi sembra, non è che sia più difficile della grammatica, dell'aritmetica, della geografia e della storia. Il problema è, forse, che l'economia è una storia di idee che si scontrano tra loro (e, più raramente, con l'empirico).

Va bene, sarebbe il caso comunque di insegnarla come tale, nelle scuole, fin dalle elementari. Servono profondi conoscitori di queste idee che sappiano metterle tutte in chiaro, nel loro susseguirsi logico e storico. Che scrivano un "sussidiario di economia" per bambini di otto anni.

E' un esercizio dal quale la stessa economia trarrebbe giovamento. Un bambino di otto anni non sa nulla di politica. Eppure si chiede cosa succede nel mondo, da dove arrivano i soldi, dove vanno. Da dove vengono le merci. Cos'è un lavoro, cos'è una tassa, cos'è un prezzo. L'economia è una visione aperta e completa del mondo, che per funzionare - per essere convincente - ha bisogno di mettere tutte le carte sul tavolo. E' una fisica degli scambi tra persone.

Forse non si insegna a scuola perchè non c'è mai stato nessuno capace di insegnarla. Questo non toglie che sia necessario provarci.

lunedì 30 gennaio 2017

Numeri

Mi piacciono di più le parole, ma capisco di più i numeri.

La fonte è l'istat e per il 2015 è ben riassunta qui



Italia popolazione

Il pil italiano nel 2015 è stato 1642 miliardi

Il volume di importazioni/esportazioni annuali del 2015 è di 443/493 miliardi (circa 30% del pil)


Italia stato

Il gettito fiscale nel 2015 è di 490 miliardi (30% del pil)

Il debito pubblico accumulato fino al 2015 è di 2170 miliardi (132% del pil) che implica una spesa annuale di 68 milardi annui di interessi passivi (3% del debito, 4% del pil)

Entrate e uscite della PA sono circa 785/828 miliardi: deficit di 43 miliardi (2,6% del pil)

Il saldo primario (entrate-uscite-interessi) del 2015 è stato di 25 miliardi (1,5% pil)



L'italiano in media produce 27mila euro l'anno, compra e vende circa 8mila euro di beni, paga circa 8mila euro di tasse. Lo stato ha un debito pregresso di circa 35mila euro per italiano, e per questo debito paga mille euro annui per italiano, se non pagasse questo debito sarebbe in attivo di 400 euro per italiano.

martedì 20 dicembre 2016

Vergebung


Al capitale fa comodo prestare.

Prestare è un modo giusto di colonizzare. 

Ora ti posseggo, ma è colpa tua.




Se esistesse con matematica certezza una strada (per quanto difficile da perseguire) di restituire il proprio debito, allora si potrebbe difendere l'identificazione debito=colpa. In questa ipotesi il rischio del credito sarebbe facilmente associabile alla scelta del debitore di peccare (cioè non seguire la strada che porta alla restituzione). La negazione del perdono avrebbe degli argomenti.


lunedì 12 dicembre 2016

La ricchezza (da solo)


”Dov’è il denaro per fare tutto questo?”. “Il denaro? – feci io – non costruirete mica le case col denaro? Volete dire che non ci sono abbastanza mattoni e calcina e acciaio e cemento?”. “Oh no – rispose – c’ è abbondanza di tutto questo. “Allora intendete dire che non ci sono abbastanza operai?”. “Gli operai ci sono, e anche gli architetti”. Bene, se ci sono mattoni, acciaio, cemento, operai e architetti, perché non trasformare in case tutti questi materiali?”.
(Keynes, intervista alla BBC 12/4/1942 - citata ad esempio da Report nella puntata "Gli austeri")


Vorrei scrivere un post essenziale, ma questa volta essenziale potrebbe non voler dire breve.

Mi guida l'ignoranza. Pensieri anarchici (e filosofici!) sull'economia. Che sono stati fatti da molti altri nel corso dei secoli e ripetuti, migliorati, digeriti (e defecati) centinaia di volte. Ma tanto nessuno mi legge e quindi non mi vergogno di essere vergognosamente ingenuo. So bene, ad ogni modo, che la storia dell'economia parte grosso modo da .

Mi guida anche (o soprattutto) una certa insoddisfazione. I testi di economia non sono chiari. Forse studiando di più lo diventerebbero. Anche un testo di fisica, persino uno divulgativo, può non essere chiaro a chi non ha studiato abbastanza. Daccordo. Ma c'è un però. La fisica la devono sapere i fisici, non è strettamente necessario che la sappiano i cittadini. L'economia invece sarebbe importante che la sapessero tutti. Per motivi misteriosi la fisica si studia a scuola, l'economia no...

Quindi provo a fare una cosa sbagliatissima. Provo a farmi l'economia.... da solo. E comincio appunto da una domanda che mi pongo spesso. Si può misurare la ricchezza? E se sì, come?



Nei fumetti la ricchezza è un forziere pieno di monete. Per un cittadino "medio" come me, il concetto ingenuo ricchezza = soldi in banca può essere un punto di partenza non troppo ridicolo. Ma.

Usiamo i soldi "posseduti" per misurare la ricchezza di qualunque entità? Ad esempio: c'è il conto in banca dello stato? La banca d'italia ha un forziere? Incredibile a dirsi, la risposta è sì. Nel forziere della banca d'Italia ci sono 2452 tonnellate d'oro, un valore di circa 77 miliardi di euro, quarta riserva al mondo (dopo fed, buba e fmi). Non è poco, ma neanche tantissimo: poco più di 1000 euro a persona... Non è certo questa la ricchezza dello Stato Italiano. Nè tantomeno quella degli italiani.

Esistono altre forme di ricchezza materiale: cose che hanno un valore e che non sono soldi o metalli preziosi. Io ho una casa. Lo stato ha palazzi, monumenti, il demanio, il territorio. Un imprenditore ha i mezzi di produzione, essenziali alla creazione di nuova ricchezza. E poi esistono forme di ricchezza immateriale: c'è la conoscenza (ad esempio tecnologica), c'è la salute (signora mia). E soprattutto c'è il credito. E questo mi ricorda che ho un mutuo da pagare.



Il credito complica parecchio le cose: per misurare la mia ricchezza devo sottrarre dal conto in banca il totale del mutuo da restituire (inclusi gli interessi)? Se lo facessi (e se non contassi il valore dell'appartamento che ho comprato, insistendo a guardare solo il conto in banca) sarei enormemente in rosso, ma è chiaro che non ha molto senso: infatti se la banca mi ha prestato dei soldi è perché ha fiducia in me, sa che glieli restituisco in 30 anni, posso dimenticarmene e continuare a condurre la mia vita da benestante. Quindi non sono mostruosamente povero, sono solo un normale debitore. E la banca che mi ha prestato i soldi? Li conta come suoi, o no, quei soldi che mi ha prestato? Quelli sono i soldi dei correntisti, li deve contare per forza come suoi. Quei soldi insomma ce li abbiamo sia io sia la banca che me li ha prestati. Meglio: non ce li ho più io, ma il signore che mi ha venduto casa, che li avrà messi nella sua banca (se non ci si è comprato un'altra casa). Quindi quei soldi ce li ha la mia banca e un'altra banca. Questa storia lo so come va a finire: grazie all'obbligo di riserva le banche non possono moltiplicare all'infinito la ricchezza (comunque virtuale, visto che in tutti questi prestiti e acquisti di soldi veri se ne vedono pochissimi). Ma ora questo discorso non mi interessa tanto, almeno per il momento.

Resta il fatto che quando il credito compare sulla scena, il discorso sulla ricchezza diventa sfuggente, si ingarbuglia, perde di oggettività. Un commercialista, immagino, sa come gestire crediti e debiti dal punto di vista contabile. Un bilancio dovrebbe contenere la ricetta giusta per risolvere il mio problema (misurare la ricchezza di una persona, di un'imprenditore, di uno stato, di un paese). In effetti in un bilancio contano le derivate, se nel tempo la ricchezza entra o esce, se i debiti aumentano o diminuiscono, se i debitori pagano, se i creditori hanno fiducia etc. Ed è vero che un certo grado di ambiguità c'è: le cifre nei bilanci possono avere diverse interpretazioni, ci si possono leggere sfumature diverse. Si tratta soprattutto di un'informazione dinamica. Produzione, consumo, entrate, uscite, debiti, crediti.

E così anche per un paese. So che la macroeconomia ha stabilito nel corso dei secoli gli indicatori di contabilità che misurano la dinamica della ricchezza di un paese: il famigerato pil - che a quanto pare era com'è oggi già nella testa di Adam Smith (fine del '700) - ci dice subito che il conto in banca non ci interessa, ma ci interessa quello che compriamo (o - equivalentemente - quello che produciamo).

Ma se la ricchezza di un paese è quel che produce, come fa qualcuno a dire "non si produce perchè non ci sono i soldi per farlo"? Che vuol dire? Per produrre di più devo produrre di più?


Mi viene in mente un concetto semplice della meccanica: la barriera di potenziale. Se qualcuno mi presta dell'energia supero la barriera e magari dall'altra parte trovo un minimo più profondo, restituisco l'energia che mi hanno prestato e ne ho dell'altra tutta per me. I progressi tecnologici degli ultimi secoli sono anche questo: barriere di potenziale scoperte e superate. Investimenti (energia pagata per scavalcare un ostacolo) che hanno spalancato grandi ritorni economici, o immensi giacimenti di energia. L'energia nucleare è un esempio, tanto quanto il benessere occidentale. Queste ricchezze erano nel nostro pianeta, nascoste in una maniera solo apparentemente diversa da un filone d'oro. La ricchezza dunque è nascosta in "dimensioni" che non conosciamo. E se non le conosciamo sono potenzialmente infinite.

E' soltanto questo? Se siamo poveri (meglio: non abbastanza ricchi) è perché non abbiamo trovato nuova ricchezza, dobbiamo continuare a cercare?

Sarebbe così se la ricchezza, man mano che sgorga dai giacimenti dimensionali, si distribuisse ragionevolmente tra tutti. Gli economisti che mi sembrano amichevoli (studierò, prometto) giurano che la "distribuzione della ricchezza" è il risultato di una contrattazione tra gli uomini, tra gli stati e tra le classi sociali, e non il risultato inderogabile di un bilancio tra forze su cui non possiamo agire.

La ricchezza che già c'è nel mondo, nel corso degli ultimi decenni ha cambiato mano molte volte. Abbiamo avuto anni, in occidente, di crescita del benessere collettivo. La direzione è poi cambiata e al benessere collettivo è rimasta un'inerzia in via di smorzamento. Negli stati uniti ad esempio è successo questo:


Ma se quel che ho scritto finora ha un senso, è chiaro che questo scollamento tra produzione e retribuzioni non può finire bene. La ricchezza che non è andata distribuita, dov'è finita? In qualche forziere? Ma non significa questo tornare a nasconderla? La prima naturale risposta è che (buona parte di) quel che non finisce in retribuzione finisce in capitale per nuovi investimenti. Si potrebbe ad esempio pensare che la differenza tra la curva blu e la rossa qui sopra sia stata investita in altri stati e che quindi sia andata a generare (dissotterrare) ricchezza in altre parti del mondo. E' un'ipotesi ottimistica, ma di sicuro negli ultimi decenni c'è stato un aumento degli standard di vita in molti paesi fuori dal "circolo" dei paesi occidentali già ricchi. Le cose sembrerebbero tornare (che tornino quantitativamente è tutto da vedere, chissà se qualcuno ha mai analizzato flussi globali di quesot tipo). A quanto pare però le cose non tornano più tanto negli ultimi tempi. 

Azzardo una conclusione "poetica". La ricchezza non è un dato materiale che può esaurirsi, è piuttosto un continuo scaturire dalla "terra" (una terra metaforica, una miniera infinita), tramite lavoro, inventiva e organizzazione. I soldi non servono.

(Pochi giorni dopo questo post un amico mi ha fatto notare questa bellissima infografica )

(e qualche giorno dopo ancora ho scoperto questo interessante dibattito tra (neo?)liberisti sul perchè dei - persistentemente - bassissimi tassi di interesse, da cui emerge (cioè gli è sfuggita) un'interessante verità: il global saving glut concetto proposto nel 2005 da Bernanke e ritirato fuori sempre da lui nel 2015 anche se non del tutto accettato come spiegazione da noisefromamerika)

(e qualche giorno dopo ancora ho scoperto che c'è un simpatico dibattito in corso su come misurare la ricchezza nel mondo: Oxfam ha pubblicato un rapporto sulla diseguaglianza globale misurando la ricchezza sulla base di un rapporto di CreditSuisse in cui i debiti vengono sottratti per determinare il patrimonio degli individui; il giornalista Felix Salmon ha criticato questa scelta, Oxfam ha risposto e Salmon ha risposto ancora)

lunedì 14 novembre 2016

Accanto a me

Certe verità scientifiche sono più sconvolgenti quando parlano la lingua dei nostri sogni. Che il tempo sia come lo spazio, una dimensione tra le altre, squadernato (o squadernabile) come carta geografica sul tavolo del navigatore, è un segreto che abbiamo sempre avuto nel cuore. Certi noi stessi del passato, lontanissimi e quasi incomprensibili, sono qui accanto a noi che ci guardano. Li intravediamo all'improvviso, una sera che la nostra vita per caso incrocia un frammento di reminiscenza. Ad esempio qualche minuto di una diretta video di prince faster, che sembra proprio quel me stesso che non è voluto salire sul treno mentre io ci balzavo sopra. Il treno ripassa dalle sue parti, e lui è lì che mette dischi, più vecchio di vent'anni, non particolarmente felice. Ci guardiamo attraverso il finestrino, per qualche secondo.

Siamo tutti qui, insieme, soli.


domenica 6 novembre 2016

Internet è piena di informazione incomprensibile

Il titolo di questo post è volutamente poco oggettivo (ognuno comprende cose diverse), poco quantificabile (non è sempre ovvio dire chi ha capito e chi no), poco verificabile (chi potrebbe mai fare un esperimento, una misura, in proposito?), e forse non si può neanche interpretare nel senso della percezione comune: temo che molti ritengano di capire tutto quel che leggono, cioè che l'incomprensione di cui parlo sia inconsapevole ai più.

Ogni giorno mi capitano degli esempi. Articoli, post di blog, twitter, video, interviste, che ambiscono ad analisi profonde e di grande interesse generale, e che spesso hanno anche un "odore comprensibile" (cioè una lettura superficiale, saltando tutti i punti "tecnici", suona piuttosto chiara), ma che in realtà poggiano su conoscenze specialistiche condivise da pochissimi. Accade soprattutto nella divulgazione scientifica e nell'analisi delle questioni economiche.

Probabilmente è un problema che appartiene all'informazione aldilà (prima e aldifuori) di internet, cioè al vecchio giornalismo, ma internet oggi è una miniera di informazione (e certo raramente di vero giornalismo) di profondità incalcolabile e senza alcun paragone con quel che c'è al suo di fuori.

L'esempio di oggi è un articolo che mi pare interessante, pubblicato su project syndicate , e tradotto su vocidall'estero , che è un sito di controinformazione sull'europa e non solo. E' chiaramente un articolo per "educati" eppure sarà stato letto e capito (?) da una platea molto eterogenea che include i veri "educati" (chi ha studiato in qualche forma più o meno accademica l'economia), i "maleducati" (tipo me, cioè chi ha studiato soprattutto su internet e sui blog), e i "noneducati" (cioè chi non ha fatto neanche quello). La mia presunzione è che i primi siano pochissimi, e la maggioranza stia tra i secondi e i terzi.

Proverò in un prossimo futuro a fare un'analisi del testo e mettermi alla prova, per vedere se (come esponente dei maleducati) posso dire di aver capito oppure no. Il mio sentimento (senza questa analisi) è già molto pessimista....

mercoledì 28 settembre 2016

Appunti per aiutare chi legge un giornale solo (post davvero molto in progress)

"We are, in the autumn of 1931, resting ourselves in a quiet pool between two waterfalls"


1) I problemi del mercato
  • Una figura per tutte, per ricordare chi ha vinto la lotta di classe
  • Una raccolta di saggi di Keynes che si leggono come fosse oggi
  • HOW WILL CAPITALISM END? Wolfgang Streeck [New Left Review, 2014]
  • Fifteen Fatal Fallacies of Financial Fundamentalism (W. Vickrey, premio nobel per l'economia) [Sito Columbia University, 1996], pubblicato su Proc. Nat. Acad. Sci. USA vol. 95, pag. 1340 (1998)
  • David Graeber, antropologo inglese, su come la moneta NON nasce dal baratto [NakedCapitalism 11-9-2011]
  • Grande svalutazione esterna non corrisponde mai a grande inflazione interna [Burnstein, Eichenbaum and Rebelo, NBER Working Papers 2002]
  • La crisi non era di debito pubblico [Bagnai 30/6/2016]
  • La flessibilità del lavoro in italia ha frenato la produttività [Bagnai 1-5-2013]
  • Serie econometriche da non dimenticare: disoccupazioneproduzione industriale, e cambio con la cina [Bagnai]
  • Il salvataggio delle banche tedesche [sole24ore ott 2011]
  • Ancora sull'illogica dei meccanismi di salvataggio bancari [corriere nov 2015]
  • Anche i tedeschi non sono daccordo coi tedeschi [repubblica giugno 2016]
  • Un documento dell'ILO (agenzia Onu per il lavoro) che a pag. 46 spiega i problemi creati dalle politiche di deflazione salariale tedesche  e a pag. 87 che "Higher government spending does not need to increase public debt" [ILO 2012]
  • Un buon riepilogo, con prospettva storica, del mercantilismo tedesco, da Gawronski sul fatto, il 18/2/2017
  • Americani contro Tedeschi dalla seconda guerra mondiali, da Gawronski sul fatto, il 1/6/2017
  • Un articolo radicale (di forte critica alle banche) dell'IMF discusso in debunkingeconomics [2-11-2012]
  • Il guardian (e il labour) sulla strada giusta: [The free market isn’t working – and Labour now dares to say so, Clive Lewis, 5/1/2017]  [Liberalism is suffering but democracy is doing just fine, Kenan Malik, 1/1/2017]
  • Sulla repressione dei mercati finanziari nei trentanni dorati keynesblog
  • Rethinking economics: studenti inglesi che insorgono contro l'insegnamento dell'economia e scrivono un libro
  • Reteaching economics: la risposta degli accademici agli studenti di cui sopra
  • "bad economics leads to bad politics" [Larry Elliott, The Guardian 19/6/2016]
  • MINSKY: Reforming economics with visual monetary modeling   Steve Keen
  • Cina vs Germania [chinese social science today, 7-3-2016]
  • Voci di fisici che fanno anche gli economisti: Bouchaud su Nature, 30-10-2008
  • E sguardo sistematico ai vari volti della complexity economics [Arne Heise 2016]
  • Consigli di G. Zezza su articoli e libri da leggere: su secular stagnation e distribution and growth after Keynes
  • Da almeno due anni avevo notato alcune rassomiglianze fra la situazione che si era determinata in America negli anni Venti del secolo scorso, un periodo che sboccò nella più grave depressione nella storia del capitalismo, e la situazione che si andava delineando oggi in America. Le principali rassomiglianze consistevano nella rilevanza di certe innovazioni (elettricità e automobili negli anni Venti, elettronica, informatica e telecomunicazioni nel nostro tempo); nella formazione e nella diffusione di profitti alti e crescenti, dapprima nelle industrie nuove e poi via via nelle altre; nella speculazione di borsa, alimentata non solo dai profitti realizzati, ma anche dalle aspettative di profitti crescenti; nell'indebitamento a breve e a lungo termine legato alle occasioni, per le imprese, di investire in impianti e di acquisire nuove imprese e, per le famiglie, in beni durevoli di consumo, come gli immobili. Fenomeni simili potevano essere notati anche in Giappone, la cui economia, fino a pochi anni fa, era la più dinamica del mondo. Per interpretare il processo di sviluppo ciclico, tre fenomeni meritavano e meritano particolare attenzione, oltre le grandi innovazioni: la distribuzione del reddito, le forme di mercato e la sostenibilità dei debiti. Il motore dello sviluppo ciclico è costituito dalle innovazioni: più sono importanti, più sono diffuse le occasioni di investimento che offrono e più dura la fase di prosperità. Al tempo stesso, però, sono più vigorose le ondate speculative, più frequenti sono gli errori dei manager e più crescono i debiti, le cui dimensioni, cessata la prosperità, condizionano la durata della crisi. [Paolo Sylos Labini, Le prospettive dell'economia mondiale, settembre 2003, tradotto in italiano nel 2009]
  • Rethinking Economics di Bologna, intervista a Prodi e Brancaccio su youtube (marzo 2017)
  • Il [sito dell'Institute for the New Economic Thinking con un articolo interessante sulla storia del pensiero economico
  • Richard M. Goodwin un punto di partenza per un approccio "dynamical system" (o population dynamics) di ispirazione keynesiana/marxista alla macroeconomica
  • Una breve dispensa che riassume la galassia post-keynesiana


2) I problemi della moneta unica (e dell'europa come e' stata costruita negli ultimi 40 anni)


3) I problemi della sinistra in Italia e fuori (da 40 anni a questa parte...)


  • I partiti di sinistra europei devono cambiare, W. Munchau su Financial Times, qui tradotto
  • Elizabeth Warren (contro il ttp e a favore della reintroduzione del glass-steagall act) pronuncia un lucido discorso sulla storia e il declino della middleclass americana
  • Il "compagno" Ken Loach su Corbyn, [the guardian 28/2/2017]
  • Why Brexit Is Best for Britain: The Left-Wing Case [the New York Times, 28/3/2017]
  • On the Slogan for a United States of Europe [V. I. Lenin, 1915]


  • 4) I problemi della competenza (o degli esperti, della verita', della scienza, di tutto....)

    martedì 19 luglio 2016

    Il Post e il metadone

    Dice wikipedia : "Il metadone (noto con diversi nomi tra cui: PolamidonEptadoneDolophine, ecc,) è un oppioide sintetico, usato in medicina come analgesico nelle cure palliative e utilizzato per ridurre l'assuefazione nella terapia sostitutiva della dipendenza da stupefacenti."

    Grazie al sito di news "Il Post", diretto da Luca Sofri, circa tre anni fa sono riuscito a ridurre e alla fine completamente debellare la mia dipendenza dai grandi quotidiani online, quali repubblica e il corriere. Questa dipendenza si manifesta con un impulso irrefrenabile e molto frequente (soprattutto nei momenti del giorno di maggior noia o stress) di aprire la pagina. Spesso senza neanche rendersene conto.

    Il sito de "Il Post" e' un efficacie metadone. Devo riconoscere che molti articoli che appaiono su Il Post sono anche belli, e che trovo il suo stile "giornalistico" il migliore in circolazione. 

    Quello che piu' trovo interessante, e' che grazie a Il Post ho cominciato a cercare le notizie su internet in maniera completamente diversa. Oggi non posso aprire repubblica o il corriere, vengo assalito dalla nausea. Qualche volta apro ilfattoquotidiano, la nausea e' molto simile (un metadone di piu' basso livello). Sono quindi costretto a cercare. Cercare. Cercare. Cerco le fonti, chi ha fatto le dichiarazioni, chi ha postato le foto, chi ha descritto come testimone di prima mano.

    E cosi' e' capitato che nonostante il post rimanga il sito web che leggo piu' frequentemente, e nonostante il post sia dichiaratamente vicino (in molti editoriali, in molti interventi firmati, anche in molti articoli di approfondimento non firmati, in endorsement espliciti) al PD, alle ultime elezioni amministrative romane io abbia votato il nemico del PD.

    Penso con una certa convinzione che questo sia un successo del modello giornalistico de Il Post voluto dal suo direttore.



    domenica 15 maggio 2016

    Il problema dei dati, seconda parte

    Nel post precedente ho proposto un "quiz impossibile", mostrando il grafico di un segnale

    chiedendo di che segnale si trattasse e quale fosse l'andamento su un tempo molto più lungo.

    Ecco la soluzione.

    Il grafico del quiz mostra (nel tempo, che è in ascissa) l'angolo percorso (o "ruotato") da una paletta di plexiglas di dimensioni circa 30x10x5 mm che - appunto - ruota intorno a un asse di acciaio (verticale) sottoposta agli urti di un "gas" di palline di plastica ("delrin") di 4mm di dimensione. Si tratta di un esperimento di fisica pubblicato su Physical Review Letters nel 2013:
    Le palline si muovono perchè agitate da uno shaker che scuote verticalmente il contenitore (il cilindro di plexiglas visibile nella foto a destra) creando un "gas di palline". Il gas di palline somiglia ad un gas di molecole (milioni di volte più piccole delle palline) che si agitano incessantemente intorno a noi, ad esempio nell'aria.

    La paletta di plexiglass (l'oggetto grigio che in alto a sinistra è mostrato sia in sezione che di fronte) è sospesa nel centro del cilindro e si agita per via degli urti che riceve dal gas di pallline. La paletta
    è asimmetrica rispetto all'inversione del senso di rotazione attorno all'asse. Questo permette (con qualche precisazione che non ho intenzione di fare qui) di avere una rotazione media in un ben determinato senso. 


    Il grafico del "quiz" mostra l'andamento dell'angolo ruotato dalla paletta nell'arco di 10 minuti e suggerisce un moto apparentemente casuale, avanti e indietro, con un primo periodo di apparente moto medio "decrescente" seguito da un secondo periodo di apparente moto medio "crescente". 

    Il grafico in basso a sinistra della figura grande (la curva nera) mostra lo stesso segnale del "quiz" ma su un tempo molto più lungo: 8 ore anzichè 10 minuti. In 8 ore si capisce molto meglio il destino della paletta. C'è un evidente moto medio crescente (nella convenzione usata nell'articolo l'angolo crescente corrisponde a una rotazione antioraria). La curva rossa mostra quello che succede se la paletta viene capovolta. Il senso della rotazione media si inverte (angolo mediamente decrescente, rotazione oraria). La curva azzurra mostra cosa accade se si prende una paletta con sezione simmetrica: la rotazione media è decisamente minore, trascurabile entro una certa tolleranza.





    Quello che colpisce, secondo me, è la notevole differenza tra le conclusioni che si traggono guardando la rotazione per soli 10 minuti, o per 8 ore. Dal segnale lungo si deduce che la rotazione media è di circa 80 radianti all'ora, cioè poco più di 10 radianti in 10 minuti. Nel grafico ristretto a soli 10 minuti, si notano escursioni dell'angolo ben superiori a 10 radianti in entrambe le direzioni. Questo fatto è piuttosto semplice da spiegare usando parole chiare agli statistici: la deviazione standard (radice della varianza) della velocità angolare istantanea della paletta è molto grande rispetto alla velocità media, e il tempo di decorrelazione particolarmente lungo. Spiegarlo a un pubblico più vasto richiede un po' di tempo, non lo farò qui, magari un'altra volta. Un video registrato dall'alto con una telecamera rapida aggiunge qualche elemento in più per capire la situazione.



    In futuro proverò a trarre da questo esempio concreto qualche lezione "metodologica" sull'uso dei dati in qualunque scienza.

    mercoledì 13 gennaio 2016

    Il problema dei dati

    Sono un fisico e mi occupo - in buona parte del mio lavoro - di meccanica statistica. In origine la meccanica statistica studiava la statistica della meccanica.

    Un esempio che si capisce? Le molecole di un gas. Ogni singola molecola obbedisce alle leggi della meccanica (lasciamo stare se classica o quantistica, è importante ma non in questo discorso), che in genere sono note e comprensibili, spesso persino semplici. Un classico esempio di sistema a due corpi (in prima approssimazione) è il sole e la terra.



     Ma cosa si può dire di un sistema con molte (moltissime) molecole?


    Predirre il moto di tutte le molecole è impossibile e - oltretutto - poco interessante; saper dire qualcosa su una proprietà statistica (una media, una varianza, etc.) dell'insieme di molecole è possibile ed è spesso molto interessante. Ad esempio: temperatura e pressione di un gas in un palloncino sono proprietà statistiche.

    In un paio di secoli di vita, la meccanica statistica ha sviluppato conoscenze, metodi, tecniche matematiche totalmente ignorate - quasi sempre giustamente (perchè non servono quasi mai ai loro scopi) - dagli statistici di professione. Ma in quel quasi si è aperto un grande spazio vuoto negli ultimi decenni. Le molecole di un gas, soprattutto in situazioni di grande "affollamento" (densità), interagiscono tra loro, e questa interazione complica enormemente lo studio statistico. I fisici statistici hanno imparato come affrontare questa complessità. Il risultato è che in una serie (sempre più grande) di problemi in finanza, economia, biologia, epidemiologia, informatica, sociologia, etc., la meccanica statistica fornisce strumenti migliori di quelli appresi nelle facoltà di scienze statistiche, scienze economiche, politiche etc.


    Va bene, ci siamo dilungati. Anche troppo. E allora?

    Allora non voglio svelare subito il mio obiettivo. Mi limito (per chi è arrivato fin qui) a proporre un piccolo quiz. Il quiz consta di un'immagine e due domande.

    Ecco l'immagine:



    Dico pochissimo di questa figura: è la traccia di un segnale misurato in un esperimento. In ascissa c'è il tempo, in ordinata c'è una certa quantità. Come si intuisce, la figura è tagliata e il grafico rappresenta solo l'ingrandimento (per una piccola porzione di tempo) di un grafico che mostra lo stesso segnale per un tempo molto più lungo. Ed ecco le due domande:

    1. Qual'è la quantità in ordinata?
    2. Il segnale "completo", ovvero misurato in un tempo molto più lungo, ha una media nulla, positiva o negativa?


    giovedì 22 ottobre 2015

    Crescere

    Un pezzo di Carroll, da Through the Looking Glass, citato molto spesso, anche da Stefano Benni nel Bar sotto il mare, recita così:

    “Intendo dire”, disse Alice, “che uno non può fare a meno di crescere.”
    “Uno forse non può”, disse Humpty Dumpty, “ma due possono. Con un aiuto adeguato, avresti potuto fermarti a sette anni.”

    Per molto tempo l'ho considerato un "semplice" manifesto di contestazione nei confronti del crescere, diventare serii, maturi, etc. Ma avendo, solo adesso, l'occasione di vedere un bambino crescere, mi rendo conto delle sfumature e della profondità di questa contestazione. Un bambino a tre anni (all'epoca di Carroll forse anche a sette) non ha meno "capacità" (proprio nel senso del volume in geometria, la proprietà di accoglienza di un recipiente) di un adulto: ha la stessa possibilità di comprendere una spiegazione ben fatta, la stessa sensibilità e attenzione per la realtà, per la natura, per i sentimenti, una memoria e un'attenzione forse persino maggiori. Quello che lo distingue da un adulto è il "contenuto": da bambini ad adulti non si cambia quasi per nulla in capacità, si passa però da vuoti a pieni. Si viene riempiti da un universo di informazioni ed esperienze che si accumulano e formano la persona. In un certo senso si potrebbe dire, anzi, che la capacità effettiva, il volume disponibile, diminuisce col crescere.

    Non so cosa voleva dire Carroll e neanche cosa volevo dire io. Non sono più tanto sicuro di voler difendere la fanciullezza, PeterPan, etc. Ci sono adulti buoni, adulti attenti, adulti sensibili e volenterosi. Anzi, la bontà è più spesso adulta che bambina (però i figli dei buoni genitori sono buoni anch'essi). E vivere in comune necessita che si cresca e ci si "riempia", ci si limiti, ci si disciplini. 
    Forse capisco un po' meglio quello che voleva dire Humpty Dumpty: un bambino è un recipiente immenso, anarchico e terrificante di possibilità, di mondi alternativi, di vite capovolte, di rivoluzioni, di rinascite o di devastazioni. Un uovo seduto in bilico su un muro non può fare a meno di restarne affascinato.